Implantologia · 10 min di lettura

All-on-4 a Torino: quando è indicato e quando no

Ritratto di una donna adulta che sorride, denti naturali in evidenza

La riabilitazione fissa su quattro impianti è un’opzione documentata per l’edentulia totale di un’arcata quando osso disponibile, stabilità degli impianti all’inserimento e antagonista stabile lo consentono. Quando queste premesse mancano, un numero maggiore di impianti, una rigenerazione preliminare o un’overdenture risultano più proporzionati al caso.

Cos’è la riabilitazione fissa su quattro impianti

Con l’espressione «riabilitazione fissa su quattro impianti» — nota anche come concetto All-on-4 — si indica una protesi fissa che sostituisce l’intera arcata dentale poggiando su quattro impianti. Due sono inseriti verticalmente nella zona anteriore, dove il volume osseo è in genere maggiore e più distante dal seno mascellare e dal canale mandibolare. I due posteriori sono inclinati distalmente: l’angolazione sposta la loro emergenza in senso posteriore rispetto al punto di ingresso nell’osso. L’inclinazione ha un ruolo geometrico preciso: aumenta la distanza antero-posteriore fra i punti di appoggio della protesi e riduce la porzione a sbalzo dietro l’ultimo impianto.

Una rassegna clinica pubblicata su Dental Clinics of North America nel 2015 descrive lo schema come un modo per ottenere una stabilizzazione dell’intera arcata efficace utilizzando impianti più lunghi, che restano all’interno dell’osso disponibile evitando strutture come il seno mascellare o il canale mandibolare. Il presupposto biomeccanico non è la scelta del numero di impianti in sé, ma la coerenza fra posizionamento chirurgico, qualità e quantità ossea, stabilità raggiunta dall’impianto al momento dell’inserimento e conseguente progetto protesico. Le variabili anatomiche del singolo caso — altezza verticale, spessore vestibolo-linguale, densità dei quadranti — condizionano fin dall’inizio la fattibilità di questo schema rispetto ad altri.

Per chi è indicata la riabilitazione su quattro impianti

L’indicazione principale è l’edentulia totale di un’arcata — assenza di denti nell’intera arcata superiore, inferiore o entrambe — oppure una situazione terminale in cui i denti residui non hanno prognosi ragionevole e la riabilitazione si pianifica dopo la loro rimozione. Una revisione sistematica del 2017 pubblicata sul Journal of Clinical and Experimental Dentistry presenta lo schema a carico immediato come alternativa predicibile nell’arcata atrofica per i pazienti che intendono evitare procedure rigenerative estese, come rialzi di seno mascellare bilaterali o innesti ossei di grande volume, associati a maggiore morbilità e tempi più lunghi.

Nel percorso clinico si valutano tre elementi congiuntamente. Il primo è la disponibilità di osso residuo per un ancoraggio predicibile dei quattro impianti nelle posizioni geometricamente utili. Il secondo è la stabilità raggiunta dagli impianti durante la chirurgia, parametro clinico oggettivo associato alla possibilità di caricare immediatamente la protesi provvisoria. Il terzo è la stabilità dell’antagonista, sia esso una dentatura naturale, un’altra riabilitazione fissa o un’arcata da riabilitare a sua volta. Quando i tre elementi convergono, la scelta è proporzionata al caso.

Quando quattro impianti non bastano

La riabilitazione su quattro impianti non è indicata quando le condizioni biomeccaniche o biologiche non reggono. Se la stabilità raggiunta dagli impianti non tocca la soglia clinica associata al carico immediato, forzare il protocollo espone l’impianto a micromovimenti durante la guarigione e a possibile fallimento dell’osteointegrazione; in queste situazioni gli impianti guariscono sotto la mucosa e la connessione protesica avviene a distanza, con un percorso più lungo ma coerente con le premesse cliniche. Se l’osso residuo non permette un ancoraggio predicibile dei quattro impianti nelle posizioni utili al progetto, la stabilizzazione dell’intera arcata viene meno; aumentare il numero di impianti, cambiare la distribuzione o pianificare una rigenerazione preliminare diventano opzioni più proporzionate.

In fase diagnostica alcune soglie orientano la lettura del caso: un’altezza ossea residua che nei quadranti posteriori scende sotto pochi millimetri, uno spessore vestibolo-linguale insufficiente ad accogliere il diametro implantare previsto, una densità corticale ridotta che compromette la stabilità primaria richiesta dal carico immediato, la vicinanza di strutture anatomiche come il canale mandibolare o il pavimento del seno mascellare che vincola l’angolazione degli impianti posteriori. Non sono numeri assoluti che escludono in automatico lo schema, ma parametri che, letti insieme all’esame clinico e al progetto protesico, indicano quando forzare quattro impianti significherebbe accettare un compromesso biomeccanico non necessario.

Se l’antagonista è instabile — dentatura usurata o con prognosi incerta, arcata parzialmente riabilitata da rivedere, parafunzioni come il bruxismo non controllate — il carico che la riabilitazione riceve non corrisponde a quello previsto negli studi clinici. Aspettative estetiche o funzionali incompatibili con i limiti biomeccanici dello schema vanno chiarite in fase di pianificazione. Una rassegna del 2019 pubblicata sul Nigerian Journal of Clinical Practice ricorda che indicazioni e controindicazioni della riabilitazione su quattro impianti vanno pesate caso per caso, in entrambe le arcate, e che i criteri di successo a lungo termine non sono ancora consolidati.

Come strutturiamo la valutazione

Nella prima visita specialistica raccogliamo la storia clinica, ascoltiamo le aspettative del paziente e valutiamo condizioni parodontali, occlusione e funzione. La CBCT eseguita con Planmeca VISO G3 permette di misurare in tre dimensioni il volume, la densità e la morfologia dell’osso residuo, verificando la posizione dei seni mascellari, del canale mandibolare e delle altre strutture anatomiche da rispettare durante la chirurgia. La scansione intraorale con 3Shape TRIOS 6 restituisce la superficie di riferimento per la progettazione protesica e per il posizionamento virtuale degli impianti prima dell’intervento.

L’antagonista viene studiato con gli stessi criteri dell’arcata da riabilitare, perché determina il carico che la protesi riceverà. L’insieme di questi dati, integrato con l’esame clinico, indica se la riabilitazione a quattro impianti è indicata o se un altro approccio risponde meglio al caso. In questa fase illustriamo al paziente evidenza, limiti, alternative e implicazioni di ciascuna scelta, con i dati che sostengono l’indicazione. Discutere insieme la logica del percorso — cosa dice la letteratura, quali variabili contano, quali risultati si possono ragionevolmente attendere e su quale orizzonte temporale — permette di costruire una decisione informata sul singolo caso.

Il percorso in tappe

Dopo la fase diagnostica arriva la chirurgia, con inserimento dei quattro impianti secondo la pianificazione preoperatoria: controllo intraoperatorio del torque su ciascun impianto e verifica del posizionamento rispetto al progetto protesico. Se la stabilità raggiunta lo consente, viene collegata in giornata una protesi provvisoria fissa, disegnata per essere estetica e funzionale senza sovraccaricare gli impianti nella prima fase di osteointegrazione. Quando la stabilità non è sufficiente, gli impianti guariscono sotto la mucosa e la connessione protesica avviene a distanza.

Segue una fase provvisoria che permette al paziente di vivere con la nuova riabilitazione, valutare estetica e funzione, e ai tessuti di rimodellarsi intorno alla nuova geometria protesica. Solo dopo questa maturazione si passa alla protesi definitiva, disegnata sui riscontri raccolti in fase provvisoria. La revisione sistematica del 2017 documenta per lo schema a carico immediato una sopravvivenza degli impianti superiore al 99% oltre i 24 mesi di osservazione, con qualità metodologica limitata e controlli brevi: un dato che orienta sul breve-medio termine e non descrive il lungo periodo. Il dolore chirurgico è controllato con anestesia locale e terapia farmacologica postoperatoria concordata caso per caso.

Le alternative alla riabilitazione su quattro impianti

La scelta di frazionare la riabilitazione in due o più ponti indipendenti su un numero maggiore di impianti risponde a un criterio preciso: quando l’osso residuo mostra volumi disomogenei fra i settori — misurabili in fase diagnostica con la CBCT in termini di altezza verticale, spessore vestibolo-linguale e densità — o quando si vuole preservare la possibilità di intervenire in futuro su un segmento senza rimettere in discussione la stabilità dell’intera arcata, la modularità pesa più della continuità di un unico schema. In presenza di osso posteriore insufficiente ma volume anteriore adeguato si può considerare una rigenerazione ossea con rialzo di seno mascellare prima dell’implantologia, quando l’obiettivo del paziente giustifica la fase aggiuntiva. Ci sono situazioni in cui una riabilitazione parziale è più proporzionata di un’arcata completa: quando i denti residui hanno prognosi conservabile con endodonzia e restauri adeguati, insistere sull’estrazione per uniformare la riabilitazione non è sempre proporzionato.

L’overdenture su due-quattro impianti, ritenuta da attacchi a bottone o da una barra di connessione, si considera quando l’obiettivo funzionale ammette la rimozione domiciliare per la detersione o quando il volume osseo residuo non permette la distribuzione geometrica richiesta dallo schema fisso. La differenza di mantenimento è concreta: la protesi fissa richiede scovolini e filo interdentale specifico per detergere sotto la struttura senza rimuoverla; l’overdenture viene smontata dal paziente e detersa fuori dalla bocca, con la sostituzione periodica degli attacchi di ritenzione, che perdono forza con l’uso. La rassegna del 2015 riporta per lo schema su quattro impianti un intervallo di sopravvivenza fra il 92,5% e il 100% al mascellare superiore, fra il 93% e il 100% alla mandibola, e per la protesi fra il 99,2% e il 100%: la variabilità stessa indica che la selezione del caso pesa più della scelta di uno schema.

Il mantenimento nel tempo

Il risultato di una riabilitazione su arcata completa non si esaurisce con la consegna della protesi definitiva. La revisione sistematica del 2017 ricorda che le complicanze biologiche, in particolare la perimplantite, sono documentate nei controlli nel tempo e richiedono un programma di mantenimento igienico dedicato. Il programma comprende: sedute di igiene professionale con strumenti dedicati alle superfici implantari, per evitare graffi o alterazioni della superficie; istruzioni per la detersione domiciliare degli spazi sotto la protesi, con presidi come scovolini, filo interdentale specifico e irrigatori orali, adattati alla geometria della riabilitazione; controlli periodici clinici e radiografici mirati alla stabilità dell’osso perimplantare; verifica dell’integrità dei componenti protesici e della stabilità dell’occlusione.

Il programma di mantenimento fa parte del progetto della riabilitazione. Il risultato a lungo termine dipende tanto dalla qualità dell’intervento quanto dalla costanza del mantenimento; ogni componente — impianti, connessioni protesiche, materiali di rivestimento, tessuti perimplantari — ha una traiettoria di usura e adattamento che i controlli periodici intercettano prima che diventi complicanza. La frequenza dei richiami viene calibrata sul caso, tenendo conto della storia parodontale del paziente, dell’igiene domiciliare raggiungibile e della geometria della protesi. Il programma di mantenimento viene definito insieme alla protesi definitiva e integrato con la gestione implantologica del singolo caso.

Domande frequenti

Se ho poco osso posteriore posso comunque fare i denti fissi in giornata?

Non è una risposta automatica. L’inclinazione degli impianti posteriori è pensata proprio per gestire un osso ridotto in senso verticale, ma serve comunque un volume anteriore adeguato e un ancoraggio predicibile nelle posizioni di progetto. In alcuni casi uno schema diverso — più impianti, distribuzione differente, oppure una rigenerazione ossea preliminare — restituisce un risultato più proporzionato al caso, e la scelta viene discussa con i dati clinici in mano.

Devo per forza togliere anche i denti che ho ancora?

Non necessariamente. La riabilitazione su arcata completa si considera quando i denti residui non hanno prognosi ragionevole. Se alcuni denti sono conservabili con endodonzia, parodontologia o restauri adeguati, il piano li tiene in considerazione prima di proporre un’arcata completa. Ogni elemento viene valutato singolarmente e le scelte conservative restano un’opzione sul tavolo.

Se digrigno i denti la notte questa soluzione mi conviene comunque?

Il bruxismo non controllato è un elemento che pesa nella decisione. Il carico che una parafunzione notturna trasmette agli impianti e alla protesi non corrisponde a quello previsto negli studi clinici. Va valutato caso per caso: in alcune situazioni la riabilitazione resta indicata con presidi dedicati come bite di protezione, in altre uno schema diverso o una fase preliminare di controllo del bruxismo sono più prudenti.

In quanto tempo si arriva alla protesi definitiva?

Di norma alcuni mesi. Dopo la chirurgia si porta una protesi provvisoria fissa finché l’osteointegrazione è completata e i tessuti si sono stabilizzati intorno alla nuova geometria; la protesi definitiva si disegna sui riscontri di questa fase. La durata precisa dipende dalla risposta biologica individuale e viene indicata alla prima visita.

Mi hanno già proposto questa soluzione altrove: posso chiedere una seconda opinione?

Sì. Portando in visita la CBCT, la cartella clinica e il piano ricevuto è possibile una lettura indipendente dei dati. Se le premesse cliniche reggono, lo confermiamo; se emergono elementi che meritano un altro disegno, li spieghiamo con l’evidenza. Una seconda opinione serve a capire indicazioni, sequenza e alternative del proprio caso.

Per una valutazione personalizzata del suo caso, il Dott. Buniato è a disposizione per una prima visita specialistica con analisi diagnostica completa. Lo studio si trova a Torino, in Corso Francia 30 (metro Principi d’Acaja).


Fonti

  1. Soto-Peñaloza D, Zaragozí-Alonso R, Peñarrocha-Diago M, Peñarrocha-Diago M. The all-on-four treatment concept: Systematic review. Journal of Clinical and Experimental Dentistry. 2017. doi:10.4317/jced.53613. PMID: 28298995.
  2. Chan MH, Holmes C. Contemporary “All-on-4” concept. Dental Clinics of North America. 2015. doi:10.1016/j.cden.2014.12.001. PMID: 25835803.
  3. Durkan R, Oyar P, Deste G. Maxillary and mandibular all-on-four implant designs: A review. Nigerian Journal of Clinical Practice. 2019. doi:10.4103/njcp.njcp_273_18. PMID: 31417044.

Per una valutazione del suo caso

La segreteria di direzione è a disposizione per illustrarle i nostri percorsi clinici su misura.

Dott. Gianluca Maria Buniato

Dott. Gianluca Maria Buniato

Odontoiatra e Direttore Sanitario dello Studio Dentistico Buniato a Torino. Formazione internazionale in implantologia avanzata, estetica sartoriale e chirurgia rigenerativa.